Sangue e morte nelle guerre antiche

di Paolo Novelli.

Romani e Greci, ma anche barbari, battaglie, evoluzione delle tattiche militari e massacri inauditi. Questa breve digressione si prefigge l’obiettivo di fare chiarezza sul concetto di scontro armato in relazione alla vita umana nell’età antica, rispondendo a semplici domande quali:

Come potevano sacrificarsi delle vite in modo tanto brutale?

Cosa spingeva gli uomini verso una battaglia?

Quali forze – interiori e non – li sostenevano davanti allo spettro terribile della morte?

Per riuscire in ciò che facevano, assumevano sostanze capaci di alterare le normali facoltà intellettive?

Iniziamo proprio col rispondere a quest’ultima domanda: sostanzialmente no. Nell’antica Europa mediterranea il vino era l’unica sostanza in grado di alterare le facoltà mentali di una persona. Tra i Romani se ne faceva largo uso anche in ambito militare, ma normalmente non veniva fornito prima di una battaglia.

Bisogna invece sfatare un mito circa la violenza esplicita. Noi moderni, infatti, siamo culturalmente portati a pensare che le battaglie fossero un bagno di sangue e che al termine, il luogo dello scontro fosse disseminato di cadaveri più o meno macellati nei modi più truculenti. In qualche caso era effettivamente così. Ciò che tuttavia fa la differenza sono invece gli innumerevoli casi in cui non era questa la conclusione naturale di uno scontro armato.

Prima di entrare nel ginepraio della guerra guerreggiata bisogna tuttavia tenere conto che la morte e il sangue, così come la sofferenza fisica ed emotiva, erano per gli antichi una costante della vita. La normalità, insomma. E la normalità si accetta senza troppi pensieri. Da bambini come da adulti le persone convivevano con la morte, che poteva presentarsi loro sotto molteplici forme. Tutto veniva assorbito senza alcun filtro, a eccezione di quello religioso. Ora, senza voler entrare nello specifico della funzione religiosa, quest’ultima non aveva il solo scopo di mediare tra l’uomo e l’Aldilà, ma anche l’obbligo di espletare una funzione regolatrice della vita quotidiana, fornendo più o meno scientemente spiegazioni sui grandi temi dell’esistenza.

La vita nell’antichità non aveva lo stesso valore universale che oggi le si attribuisce. Pari dignità trovava solo all’interno di un dato contesto etnico e settario. Ovvero: un romano aveva rispetto per la vita di un altro essere umano, purché fosse romano e libero. La vita degli schiavi e degli stranieri non meritava altrettanta considerazione. Non comprendere questa realtà, contribuisce a rendere indecifrabili alcuni aspetti antropologici delle società arcaiche, finendo col farci dimenticare le analogie che contribuiscono invece ad avvicinarle molto a noi.

Dove il distacco tra le nostre società appare abissale è nell’idea e nella realizzazione del concetto di guerra, di battaglia, e nell’importanza ricoperta dal sangue e dalla morte come mezzi utili a ribadire una superiorità militare, tecnologica e culturale di un popolo su un altro. Entrando nello specifico possiamo affermare che le battaglie erano sì molto cruente, ma anche brevi. Normalmente era perciò sufficiente ribadire la propria superiorità con una schermaglia. È questo il caso delle numerose battaglie che si sono succedute tra le poleis greche, dove in gioco non c’era la sopravvivenza di una civiltà ma solo l’egemonia su una regione. Diversa (e se vogliamo sicuramente intrisa di maggior epicità) è invece la lotta che queste stesse poleis hanno condotto contro l’impero persiano. Indimenticabili sono le battaglie di Maratona, delle Termopili, di Salamina, di Capo Artemisio o di Platea. È dunque proprio in questi ultimi casi, e cioè quando la posta in gioco era la sopravvivenza stessa del gruppo etnico, che l’idea di scontro armato si snaturava e assumeva le connotazioni di una vera e propria “guerra totale”, di annientamento o di difesa estrema.

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Opliti delle poleis greche

Nella tarda antichità, tra i popoli che abitavano le rive del Mediterraneo si erano venute a formare sostanzialmente due scuole militari: quella ellenistica (più antica e portata ai massimi splendori da Alessandro Magno) e quella romana. Quest’ultima, al tempo del grande re macedone era ancora acerba, ma covava già i concetti basilari dello sviluppo tattico che avrebbero consentito ai Romani di elevare la propria supremazia su un territorio vastissimo e su popolazioni molto eterogenee.

Ma facciamo un passo indietro, e analizziamo come si svolgeva una battaglia convenzionale a quei tempi, cioè quando non era in gioco la sopravvivenza di uno dei due gruppi, e quando la guerra serviva per stabilire semplicemente quale fazione fosse  la più forte.

Per prima cosa bisogna dire che le campagne militari si svolgevano esclusivamente nel periodo estivo, poiché molto spesso i soldati erano anche i contadini e dovevano occuparsi della semina o del raccolto. Quando perciò si arrivava al dunque, nel peggiore dei casi la battaglia decisiva iniziava la mattina e finiva alla sera. I morti si avevano più numerosi quando uno dei due schieramenti rompeva le linee e scappava volgendo la schiena al nemico. Era quello il momento in cui aveva luogo il vero e proprio stillicidio di uccisioni. Prima, quando si era faccia a faccia o scudo a scudo, era più che altro uno spingersi l’uno con l’altro nel tentativo di colpire le parti scoperte del nemico, ovvero il collo, il braccio che reggeva l’arma di offesa, le gambe o i piedi.

Questo modo di fare la guerra era alla base della società greca e romana. Ma se per i greco/macedoni la falange – ossia un assembramento di uomini armati di aste lunghe e piccoli scudi che aveva la funzione di avanzare in linea retta (come un istrice) e travolgere tutto ciò che gli stava davanti – rappresentava la quintessenza della perfezione tattica (non a torto, dato che aveva consentito loro di portare i confini del regno di Alessandro dalla piccola Macedonia alle sponde dell’Indo), per i Romani era vero il contrario. Questi ultimi, infatti, avevano adottato gli schemi di combattimento greci solo in principio, salvo poi rendersi conto della loro scarsa duttilità. Era nata così l’idea della legione manipolare: uno schieramento che raggruppava i reparti combattenti in piccoli e mobili “manipoli”, i quali potevano muoversi con maggior libertà sul campo di battaglia offrendo così ai generali una gamma diversificata di opzioni tattiche.

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Falange macedone

La consacrazione definitiva della superiorità della legione sulla falange ellenistica si ebbe durante la conquista romana del regno di Macedonia e, più in generale, della Grecia. Certo, occorre dire che Roma in quel periodo viveva anni di fulgido splendore, mentre i regni ellenistici attraversavano una decadenza che viveva perlopiù di luce riflessa del passato. Ma la guerra non ammette malinconie e nelle numerose battaglie in cui le legioni hanno affrontato la falange, quest’ultima ha evidenziato tutta la sua arretratezza, venendo ripetutamente e definitivamente sconfitta sul campo.

Dunque era Roma a essere divenuta il faro del mondo militare antico. Eppure, anche la raffinata macchina da guerra legionaria sarebbe stata messa in difficoltà: non da assembramenti tattici di miglior fattura, ma dalle qualità personali dei suoi nuovi nemici.

Celti (cioè coloro che i Romani avrebbero chiamato Galli) e Germani avevano infatti un modo di approcciarsi alla battaglia radicalmente differente. Essi non vivevano l’esercito come una singola macchina da guerra, in cui l’individuo faceva parte di un meccanismo più grande, ma come una sfida personale. Era perciò un bravo guerriero colui che si dimostrava impavido, che sconfiggeva in singolar tenzone il proprio avversario e che puntava tutto sulle proprie qualità personali, fisiche e caratteriali. Se per i Galli, che al tempo della conquista romana stavano già vivendo il tramonto della loro epoca, esisteva una grande tradizione equestre, per i Germani il discorso era molto differente. Essi combattevano principalmente con truppe di fanteria armate alla leggera e disposte su un’unica linea, compatta e assemblata seguendo precise varianti derivate dalla composizione famigliare delle tribù. Per raggiungere la vittoria puntavano tutto sulla furia e la carica frontale, mentre la ritirata era contemplata solo per potersi riorganizzare in vista di un nuovo assalto.

Questi popoli, radicalmente differenti dai Romani, avevano sempre suscitato in loro un terrore atavico, che i capitolini ben riassumevano con l’espressione “metus gallicus”, il quale risaliva al tempo in cui i Galli avevano saccheggiato Roma e messo a repentaglio l’esistenza stessa della città e della sua popolazione.

I primi contatti tra i Germani (coloro che più di ogni altra popolazione rappresentavo il modello del barbaro) e i Romani, invece, si ebbero al tempo delle grandi migrazioni dei Teutoni e dei Cimbri, che misero a soqquadro l’Europa intera. Durante quel periodo, le legioni si trovarono nella scomoda situazione di dover prendere atto che la tattica fine a se stessa non poteva arrestare la paura che i guerrieri selvaggi suscitavano negli uomini mediterranei. Ci vollero ben sei sconfitte sul campo prima che Roma producesse i necessari anticorpi. L’uomo che guidò tale riscossa fu Gaio Mario, il quale trasformò l’antica legione manipolare nella legione centuriata: impose una disciplina ferrea, un armamento standard e abolì la leva obbligatoria in favore di quella volontaria, trasformando la macchina da guerra romana nel collettivo combattente organizzato che avrebbe retto le sorti della Repubblica prima, e dell’Impero poi.

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Legione romana – lancio del giavellotto (pilum)

Non che i Romani e Mario fossero arrivati a questa conclusione con logica lineare. Erano infatti state le nuove necessità belliche ad aver prodotto le riforme dell’esercito, i cui risultati non tardarono a manifestarsi nelle due battaglie d’annientamento che Mario stesso portò contro questi popoli invasori ed etnicamente differenti dai latini. Si tratta, delle celebri battaglie di Aquae Sextiae e dei Campi Raudii.

Ecco dunque che il tema del sangue e della morte torna prepotentemente in auge. Le stragi offerte agli dei che i Romani compirono in quelle occasioni non furono certamente le prime della loro storia (né tanto meno le ultime), ma furono il giro di boa. Due carneficine di proporzioni bibliche a cui seguì, di fatto, la consacrazione della loro egemonia tattica per i successivi quattro secoli.

Non solo. Dalla riforma mariana dell’esercito ebbe a svilupparsi la tendenza – ancora oggi molto attuale – di fare la guerra per tornaconto economico. Non che prima di allora non fossero mai state fatte guerre in tal senso, ma certo i Romani portarono il concetto di espansionismo economico, di apertura di nuovi mercati e di sfruttamento delle risorse, verso confini mai immaginati prima, in cui il sangue e l’uso strumentale della morte non tardarono a far sentire la loro importanza.

Erano, questi ultimi, fattori talmente comuni da essere utilizzati persino per sollazzare le plebi. Celebri sono gli spettacoli tra gladiatori o le esecuzioni pubbliche trasformate in pubblici spettacoli. A tal punto il trionfo della morte fu celebrato che, quando oggi i turisti vanno a visitare un luogo simbolico come il Colosseo, in pochi hanno la percezione di calpestare letteralmente uno dei posti con il più alto tasso di uccisioni al mondo, se calcolato in relazione allo spazio occupato!

Per concludere, il soldato romano come molti altri soldati prima e dopo di lui, andava in battaglia con la fiducia nel proprio comandante (generale o console che fosse), ma anche con delle forti motivazioni personali che potevano essere di carattere aggressivo/difensivo o, come peraltro sarà sempre più, di carattere economico – per accaparrarsi il bottino di guerra.

In sostanza, la paura e la cupidigia erano, e sono forse ancora oggi, i due pilastri che tengono in piedi i destini del mondo.

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Gaio Mario in trionfo

 

Paolo Novelli è nato a Mantova nel 1986. Laurea in Scienze della Comunicazione Scritta e Ipertestuale ed esperienza da giornalista, studia da sempre la storia, con particolare predilezione per il mondo antico.